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Leucemia felina: diagnosi

Diagnosi

Dott.ssa Claire Palopoli – claire.palopoli@libero.it

Il virus della leucemia felina, una volta infettato l’ospite, codifica per 3 maggiori gruppi di proteine: GAG (Antigeni Gruppo Specifici), POL (Trascrittasi Inversa) e ENV (Envelope).

Una delle proteine appartenente al gruppo degli Antigeni Gruppo Specifici, la p27, viene riversata in elevate quantità nel sangue e nel citoplasma delle cellule dei gatti infetti. Per questo motivo i test diagnostici utilizzati più frequentemente si basano sull’individuazione di questa proteina.

Il primo test che fu utilizzato per la diagnosi dell’infezione da FeLV è l’IFI (immunofluorescenza indiretta).Successivamente venne messa a punto un’altra tecnica, l’ELISA, di più rapida e semplice esecuzione, tanto da poter essere utilizzata anche direttamente in ambulatorio (per esempio i moderni snaps che si utilizzano di routine in quasi tutti gli ambulatori utilizzano proprio la tecnica ELISA).

Entrambi gli esami rilevano la proteina virale p27, la  differenza tra loro sta nel fatto che il test ELISA rileva la presenza di antigene liberamente circolante nel sangue, l’IFI invece l’antigene presente all’interno dei leucociti e delle piastrine (di origine midollare).

A causa di questa differenza è possibile ottenere risultati diversi eseguendo entrambi i test allo stesso gatto; la positività al test ELISA  indica la presenza del virus libero nel sangue, in maniera transitoria o permanente, mentre una positività all’IFI indica che il midollo è stato ormai colonizzato dal virus stesso. In quest’ultimo caso la maggior parte dei gatti rimane infetta per tutta la vita.

Il test ELISA è circa 100 volte più sensibile dell’IFI e può individuare l’infezione qualche settimana prima dell’IFI (poiché il FeLV replica nel tessuto linfoide e in altre sedi prima di raggiungere il midollo osseo).

Alcuni gatti però, come è stato detto nei paragrafi precedenti, sono capaci di bloccare l’infezione precocemente, per tornare quindi ad uno stadio di negatività al test ELISA in qualche settimana o mese (generalmente 4-6 settimane).

È quindi consigliabile, in seguito ad un risultato positivo a questo tipo di test, ripetere l’esame dopo 6-8 settimane. Raramente il test ELISA dà origine a falsi-negativi, mentre possono esserci falsi- positivi, causati dalla presenza di anticorpi anti-immunoglobuline di topo che interferiscono con la corretta lettura del test (anche questa evenienza è peraltro piuttosto rara).

Le metodiche descritte precedentemente hanno un scarsa sensibilità nel rilevare basse quantità di antigene circolante (proteina p27) e eventuale presenza di virus latente.

Esistono però anche infezioni latenti o infezioni cosiddette “atipiche”, caratterizzate a uno scarso livello di antigenemia che è inoltre anche intermittente, in cui l’eliminazione del virus è occasionale.

In questi casi, qualora si sospetti un’infezione, è possibile ricorrere alla Polymerase Chain Reaction (PCR).

Questo esame, al contrario dei precedenti, mette in evidenza, amplificandole, le sequenze degli acidi nucleici virali (RNA o DNA), invece di rilevare la presenza dell’antigene virale p27, a partire da sangue e da tessuti.

La PCR risulta quindi una metodica molto valida sia per dirimere i casi discordanti sia per evidenziare la presenza del virus a partire da tessuti oculari o nasali.

È inoltre un valido ausilio anche per quei soggetti non viremici ma che sviluppano tumori in seguito all’infezione, con successiva eliminazione del virus o suo sequestro in vari distretti dell’organismo.

La PCR viene utilizzata frequentemente per diagnosticare infezioni da HIV nell’uomo e da FIV nel gatto (vedi articolo sull’immunodeficienza felina).

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