Terapia

Terapia

Dott. Fabio Antonioni

Il protocollo terapeutico viene impostato in funzione di una diagnosi clinica ed eziologica, in ogni caso la terapia viene solitamente consigliata in animali che presentano almeno una o più crisi nell’arco di un mese.

Il dosaggio consigliato e la posologia del farmaco anticonvulsivo consente di mantenere un tasso ematico costante tale da rispondere adeguatamente alle singole esigenze.

L’obiettivo del trattamento farmacologico consiste in una sensibile diminuzione della frequenza e della gravità delle crisi evitando effetti collaterali indesiderati, non è possibile garantire una guarigione clinica definitiva.

Qualora le cause scatenanti siano di natura tossica, metabolica, ormonale o infiammatorie, una volta instaurata una terapia adeguata anche le crisi tenderanno a scomparire gradualmente nel corso del tempo in assenza di alterazioni strutturali.

Diversamente nel caso di neoplasie invasive, malattie degenerative, anomalie congenite, emorragie intracraniche gravi, non esiste alcuna possibilità di trattamento terapeutico in grado di garantire un risultato altrettanto efficace.

Nel caso di epilessia idiopatica (EI) la terapia dovrà essere protratta per tempi lunghi e continuativa per tutta la vita del paziente, da segnalare che comunque una percentuale limitata di casi risultano refrattari alla terapia tradizionale.

Vediamo brevemente in dettaglio i farmaci anticonvulsivanti comunemente impiegati:

I. Diazepam : preferito come farmaco di primo intervento nel gatto o nel cane di piccola taglia, in generale si impiega agevolmente per via endorettale o per via endonasale nei casi di emergenza per scemare la crisi, in alternativa per via endovenosa . La somministrazione si presta ad essere ripetuta in caso di necessità.

Meno adatto per un utilizzo continuativo e terapie prolungate dal momento che è un farmaco fortemente liposolubile e pertanto diventa difficile il mantenimento di un dosaggio ematico efficace. Epatotossico.

II. Primidone o PRI : metabolizzato a livello epatico in “Fenobarbital”. Preferibile nel cane soprattutto in pazienti con prognosi infausta, epatotossico per terapie prolungate, pertanto sconsigliato in presenza di epatopatie. L’impiego nel gatto non è da tutti gli autori pienamente condiviso.

III. Bromuro di potassio (KBr) farmaco impiegato in campo umano a partire dal 1857 ed introdotto alla fine degli anni ottanta in Medicina Veterinaria per la sua economicità. E’ una preparazione galenica e come tale deve essere preparata dal farmacista sotto forma di capsule o sciroppo. Potenzialmente nefrotossico, da sconsigliare in pazienti con problemi renali, anche se molti autori lo prescrivono in presenza di epatopatie. Segnalati pancreatiti in cani con terapia combinata con Fenobarbital (PB).

Effetti collaterali dovuti alla bromuro tossicità (Bromismo) possono includere incoordinazione, depressione, dolore muscolare, stupore mentre non vengono segnalati disturbi dermatologici e gastrointestinali comuni invece nell’uomo. La somministrazione può essere monodose o suddivisa in due somministrazioni giornaliere.

IV. Fenobarbital o PB : resta ancora il farmaco di elezione nel cane che nel gatto. Possiede una scarsa tossicità, economico e facilmente reperibile in commercio in compresse da 50 e 100 mg. Inoltre gli effetti secondari o sgradevoli possono persistere nella fase iniziale e nel giro di un paio di settimane scompaiono spontaneamente. Rappresenta il farmaco di più largo impiego come anticonvulsivante anche se il rischio di epatopatie per terapie di lungo periodo è potenziale. A seguito di una terapia cronica alcuni parametri ematici epatici subiranno alterazioni (ALT, ALP, colesterolo, albumine, ormoni tiroidei ecc..) anche in questo caso consigliato un regime dietetico regolare.

V. Gabapentin o GBP : di impiego umano a causa dell’elevato costo, solo parzialmente metabolizzato a livello epatico, sperimentato anche nel cane con risultati incoraggianti ma non è tutt’ora possibile stabilire un dosaggio terapeutico definitivo.

Da sottolineare che la efficacia del trattamento conservativo dipende necessariamente da una regolare assunzione delle dosi opportunamente consigliate.

Farmaci di nuova generazione:

gamma- vinil-GABA, nimodipina, oxacarbezapina, tiagabina, lamotrigina o LTG , topiramato o TPM rappresentano l’ultima generazione dei farmaci ancora sottoposti a sufficienti prove sperimentali. Non sempre si sono dimostrati altrettanto efficaci nel trattamento delle ME in cani e gatti, mancano ancora dati significativi sul dosaggio e sulla possibilità di utilizzo a breve termine.

Farmaci abbandonati:

acido valproico o VPA , carbamazepina o CBZ , difenilidatoina, fenitoina o PHT sono stati abbandonati definitivamente nella terapia dei piccoli animali a causa dei loro elevati rischi di epatotossicità in relazione al dosaggio assunto.

Terapia genica: prospettive

in campo umano è allo studio una possibilità di terapia genica rivolta a quei malati refrattari alle tradizionali terapie con anticonvulsivanti (pari al 30% degli epilettici totali). L’ iniziativa è partita dall’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano in collaborazione con ricercatori Austriaci, Finlandesi ed Americani. La sperimentazione ha permesso di introdurre in animali di laboratorio un gene terapeutico in grado di provvedere alla sintesi di una sostanza anticonvulsivante chiamata “neuro peptide Y” attraverso un vettore ricavato da un virus apatogeno. Il risultato è stato incoraggiante. Lo studio è stato pubblicato nella rivista “Brain”.

Sono state impiegate esclusivamente in campo umano terapie a base di cellule staminali in bambini che hanno presentato epilessia dal momento della nascita con esito positivo, tali cellule sono state estratte dal sangue del cordone ombelicale ed iniettate per via intraspinale ed endovenoso ripetutamente.

Ulteriori sperimentazioni segnalate nella rivista “Natura medicina” metterebbero in risalto una possibile causa eziologica delle Epilessie con una relazione causa/effetto tra la presenza di ammassi di leucociti a carico dell’ endotelio vasale a livello di barriera ematoencefalica, questo ha permesso di sperimentare l’impiego di Anticorpi rivolti contro queste molecole chiamate “Interagine” le quali hanno aperto la strada a nuove possibili formule terapeutiche.

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